Perché siamo sempre più poveri. Il cancro della deflazione indotta dall’Euro. (La situazione spiegata facile). Parte 3/4

[precede 2] Vediamo perché. In un paese normale, il parlamento e il governo possono decidere quanto denaro spendere, che tipo di tassazione applicare, quanta moneta stampare e quindi, in funzione dei tassi di interesse applicati e del quantitativo si moneta stampata anche che valore dare alla stessa moneta. Così si fa oggi in Gran Bretagna, in Giappone e negli USA. L’Italia con l’adesione alla Unione Europea e successivamente all’Euro a rinunciato a poter decidere su queste materie lasciando a due organismi estranei al paese e non controllati dagli elettori Italiani il potere di imporre agli Italiani politiche contrarie agli interessi degli Italiani. Ma come si è arrivati a una situazione così assurda? Bisogna ancora una volta tornare indietro nel tempo e riportarci al 1981. L’Italia era in piena spirale inflattiva. Il tasso di inflazione corrente era intorno al 20% e la disoccupazione praticamente inesistente intorno al 7%. L’alto tasso di inflazione fu indotto da alcuni fattori determinanti: L’alto tasso di crescita del paese intorno al 3,5% annuo reale! (Fig. 7); la frequente ricontrattazione salariale dovuta anche a meccanismi automatici di adeguamento dei salari (scala mobile) e una forte politica di investimenti statali nell’economia reale (economia mista) finanziata dalla possibilità dello Stato di creare moneta senza particolari aggravi per le casse pubbliche. Nel citare Nino Galloni si può dire che all’epoca i manager di Stato si vantavano di aver creato migliaia di posti di lavoro con i soldi dello Stato (dei cittadini), oggi si vantano di aver tagliato migliaia di posti di lavoro vendendo a quattro soldi ai privati le imprese di Stato (dei cittadini).

Fig. 7 [cliccare sopra le immagini per ingrandirle]

figura 7 Gli investimenti pubblici non costavano quasi nulla dal momento che il debito reale per effetto del processo inflattivo era tenuto a livelli bassissimi, intorno al 60% del PIL e il moderato ricorso al deficit spending era agevolmente finanziati a tassi reali negativi, cioè lo stato prendeva 100 in prestito e ne restituiva 98, sia per effetto della forte inflazione, sia per effetto della regolamentazione monetaria del ministero del tesoro. Quest’ultima era la vera carta vincente del paese. La Banca d’Italia era controllata dal Ministero del Tesoro e quando il tesoro chiedeva soldi in prestito ai mercati per finanziare la spesa pubblica, non erano i mercati a decidere il tasso ma il tesoro stesso. Il motivo era molto semplice. Se i titoli ai tassi definiti non venivano venduti era la Banca d’Italia ad acquistarli stampando moneta! Il risultato fu che i tassi restavano negativi e la banca non fu mai costretta ad avvalersi della prerogativa di acquirente di ultima istanza. L’inflazione come si sa ha una controindicazione, quella di rendere più costosi i prodotti manifatturieri sui mercati esteri; per sopperire a questo problema l’Italia, attraverso la banca d’Italia svalutava costantemente la propria moneta recuperando competitività sui mercati; questa svalutazione aveva da un lato l’effetto di sostenere l’industria e dall’altra rendeva i prodotti di importazione meno convenienti e favorendo il consumo interno di prodotti nazionali. Al quel tempo la FIAT possedeva una quota del mercato interno pari a circa il 35-40% del venduto !! Ma l’imperiosa crescita dell’Italia spaventò Germania e Francia che non riuscivano a contrastare lo strapotere commerciale dell’Italia sui mercati europei e intervenne la finanza internazionale. La strategia di demolizione dell’economia Italiana si sviluppò su cinque fronti. Il primo fu quello monetario. Improvvisamente ci fu senza motivo un cambio di politica al vertice del tesoro e di Bankitalia che attraverso il Ministro Beniamino Andreatta acerrimo nemico dell’intervento dello Stato nell’economia che in sintonia con il nuovo governatore Azeglio Ciampi impedì di fatto alla Banca d’Italia di avvalersi della facoltà di compratore di ultima istanza. La nomina di Ciampi fu preparata con cura da una velenosa manovra di palazzo sempre in quel famoso 1976. Il 20 gennaio l’allora governatore Paolo Baffi decise la chiusura del mercato ufficiale dei cambi per tutelare la lira dalle manovre speculative seguite alle dimissioni del quarto governo Moro intervenute pochi giorni prima. La moneta nazionale subì una svalutazione di oltre il 6%, che salirà di un punto nel mese di febbraio. Il mercato valutario fu riaperto soltanto il 1º marzo dello stesso anno. Baffi sostenne l’opportunità che, nell’esercizio della propria autonomia, ciascun istituto di emissione si uniformasse a parametri che assicurassero la razionalità e la trasparenza nel comportamento. Coerentemente con questo programma, nel corso del suo governatorato l’attività ispettiva della Banca d’Italia si fece più incisiva. Con una iniziativa della magistratura mai del tutto chiarita Baffi, nello stesso mese fu incriminato per favoreggiamento e interesse privato in atti d’ufficio nel corso di un’inchiesta sul mancato esercizio della vigilanza sugli istituti di credito condotta dal giudice istruttore Antonio Alibrandi e dal sostituto presso la Procura della Repubblica di Roma Luciano Infelisi. Il vicedirettore della Banca d’Italia, Mario Sarcinelli, fu addirittura tratto agli arresti. Furono ambedue integralmente prosciolti in istruttoria molto più tardi, l’11 giugno 1981, ma Baffi, a cui l’onta dell’arresto fu risparmiata solo a causa dell’età, preferì dimettersi dall’incarico di Governatore il 16 agosto 1979. Fu sostituito come detto da Carlo Azeglio Ciampi e il divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro fu così efficacemente sancito per mano degli oscuri manovratori dello Stato. Da allora in poi il debito fu finanziato a tassi di interesse decisi dal mercato (dalle banche) ed esplose per effetto della capitalizzazione dovuta ai tassi positivi applicati ai titoli di Stato. (Rif: http://www.blia.it/debitopubblico/index.php) [segue 4]

di Nicola Di Cesare

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fonte : www.andreavallascas.it

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