Ordini del giorno in Assemblea relativi all’Atto Camera n. 1458

La Camera,

premesso che in sede di Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 giugno 2013, n. 76. recante primi interventi urgenti per la promozione dell’occupazione;

in particolare giovanile, della coesione sociale, nonché in materia di Imposta sul valore aggiunto (IVA) e altre misure finanziarie urgenti;

che all’articolo 1 vengono introdotte misure volte a favorire e promuovere l’occupazione senza che però detti interventi rimodellino il sistema nella direzione di una energico e forte intervento che inneschi meccanismi virtuosi nel circuito occupazionale;

che il problema della disoccupazione è per il paese priorità la cui risoluzione passa necessariamente anche dallo sviluppo delle Pmi attualmente penalizzate da un costo del lavoro tra i più alti al mondo;

che ridurre il costo del lavoro vorrebbe dire dare agli imprenditori ossigeno per ripartire e ai lavoratori risorse per alimentare i consumi;

che tale intervento può essere reso possibile dalla revisione delle tariffe di rischio Inail, da una nuova destinazione delle risorse accumulate con il fondo di tesoreria del tfr, dall’utilizzo del 20 per cento delle risorse recuperate dalla lotta all’evasione fiscale e dalla riduzione di uno dei capitoli della spesa pubblica,

impegna il Governo

compatibilmente con i vincoli di bilancio, a valutare l’opportunità di assumere immediate iniziative volte alla riduzione del costo del lavoro per le piccole e medie imprese.

9/1458/59. (Testo modificato nel corso della seduta) Vallascas, Rostellato, Cominardi, Ciprini, Tripiedi, Rizzetto, Bechis, Baldassarre.

ACCOLTO DAL GOVERNO NELLA SEDUTA DELL’ASSEMBLEA DEL 7 AGOSTO 2013

Inviato a:

Ministero del lavoro e delle politiche sociali

Allego File in formato PDF OdG 5 Stelle

Andrea Vallascas

 

Interrogazione a risposta scritta – ENEA

Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell’economia e delle finanze, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
l’attuale quadro normativo sulla regolamentazione dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico è riferibile alla legge n. 99 del 23 luglio 2009;
la suddetta legge in ottemperanza all’articolo 37 prevede a suo tempo l’insediamento del commissario e dei sub commissari, avvenuto il 15 settembre 2009, allorquando prese avvio l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA);
come previsto dal quarto comma dell’articolo suddetto, un apposito decreto del Ministro dello sviluppo economico, da adottare di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, il Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione, il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca e il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, e sentite le Commissioni parlamentari competenti, concluderà il processo di definizione e di organizzazione dell’Agenzia;
nelle more dell’emanazione di tale decreto ministeriale è stata imposta una struttura organizzativa commissariale ad avviso dell’interrogante assolutamente non idonea al conseguimento di alcuna configurazione strategica dell’ENEA e che a distanza ormai di 4 anni dall’emanazione del provvedimento definire transitoria pare un insulto alla ragione;
allo stato dell’arte l’ENEA svolge attività di ricerca scientifica e sviluppo tecnologico avvalendosi di competenze ad ampio spettro e di avanzate infrastrutture impiantistiche e strumentali dislocate presso i nove Centri di ricerca e cinque laboratori di ricerca e che tali infrastrutture, oltre ad operare nell’ambito dei programmi dell’agenzia, sono a disposizione del mondo scientifico e imprenditoriale del Paese con una notevole potenzialità di impatto sulle dinamiche di sviluppo industriale; un patrimonio di conoscenze spesso serbatoio di cervelli costretti a volare verso Paesi più sensibili al valore della ricerca;
l’attuale configurazione ibrida dell’ENEA, divisa tra la sua peculiare missione di ricerca nell’ambito dell’energia e le attribuzioni di servizio che le sono state attribuite negli anni fino ad affievolire e a rendere assolutamente insufficienti le risorse ad essa destinate, ha dimostrato talvolta di non rispondere alle finalità proprie della ricerca scientifica per una evidente mancanza di visione strategica interna e cronica mancanza di risorse altrimenti destinate;
da più parti arrivano segnali sulla volontà dell’attuale Governo di non pervenire a una soluzione di riordino che faccia uscire l’ENEA dall’ultradecennale impasse determinato dalla evoluzione di una strategia energetica nazionale sempre in balia di interessi e correnti trasversali che stenta a recepire gli indirizzi determinati da un quadro energetico profondamente variato dal punto di vista dell’innovazione tecnologica in atto;
in alcuni dei centri di ricerca, come quello della Casaccia, l’invasività dalla SOGIN spa rende ormai impossibile l’operatività istituzionale del centro stesso e impossibile il suo rapporto con il territorio;
malgrado i proclami di facciata, l’attuale Governo ha continuato, allineandosi al passato, nel percorrere la strada del taglio delle risorse e nella mancata riorganizzazione del sistema complessivo della ricerca Italiana –:
quali iniziative, nell’ambito della propria competenza, intendano intraprendere volte:
a) alla definitiva uscita dell’ENEA dalia condizione di commissariamento ormai ultradecennale;
b) alla riorganizzazione dell’ENEA attraverso una determinazione funzionale definita e definibile delle sue funzioni di ricerca da un lato e di supporto amministrativo e tecnico-consulenziale dall’altro;
c) alla salvaguardia delle eccellenze scientifiche e dei programmi nei diversi campi di ricerca in cui l’ENEA è impegnata;
d) alla definizione di una specifica missione dell’ENEA legata da una parte alla visione strategica della politica energetica nazionale e dall’altra alla necessità che essa allacci i suoi rapporti con le realtà industriali che ad essa si rivolgono in un rapporto di interscambio tecnico-operativo;
e) alla disposizione per l’ENEA di adeguate risorse finalizzate alla ricerca, distinte da quanto è necessario per il sostenimento della sua attività amministrativa e tecnico-consulenziale istituzionale;
f) alla ridefinizione delle prerogative dell’ENEA in rapporto all’operatività della società SOGIN spa per quanto attiene al sito della Casaccia;
g) al riordino del quadro complessivo normativo in un ottica di riorganizzazione del sistema della ricerca italiana e delle sue molteplici strutture operanti spesso in palese competizione tra loro nell’aggiudicarsi le scarse risorse a disposizione

 

Andrea Vallascas

Parco Geominerario: rinviata la decisione dell’UNESCO

Nei giorni scorsi è circolata la notizia che l’UNESCO avrebbe privato del proprio riconoscimento il Parco Geominerario storico e ambientale della Sardegna, in realtà vi è stato solo un rinvio in quanto i commissari dopo aver effettuato la visita, nello scorso mese di Luglio, hanno richiesto ulteriori chiarimenti.

Come ben sapete il Parco Geominerario della Sardegna è stato il primo a essere inserito nella rete dell’UNESCO, in questi anni però il lassismo dell’amministrazione regionale, la sua reticenza a opere di seria portata, ha prodotto un nulla di fatto nella sua realizzazione. Da allora a oggi è stato investito sul progetto, molto denaro pubblico, forse anche troppo, soprattutto se si considera l’esiguità dei risultati. È palese anche all’occhio più distratto, che i luoghi facenti parte il Parco sono in stato di abbandono, privi della manutenzione e dell’attenzione di cui hanno urgente necessità. Sono passati ben due anni, da quando l’Unesco ammonì la Regione a eseguire tutte le misure per far partire le attività di rilancio del Parco. Segno questo che i fondi, c’erano e ci sono, ma sono stati destinati e pianificati con poco buonsenso e oculatezza.

 Nell’intento di smuovere le acque e portare la “questione” Parco al centro dell’interesse nazionale, nei giorni immediatamente successivi alla visita dei commissari dell’UNESCO, accompaganti dal Presidente della consulta delle associazioni (Giampiero Pinna) io, alcuni deputati della Commissione Ambiente della Camera dei deputati (Alberto Zolezzi, Federica Daga, Massimo De Rosa) e la deputata Paola Pinna, abbiamo organizzato un sopralluogo nei territori del Parco Geominerario. La nostra volontà era di verificare lo stato dei lavori e aprire un dialogo con le amministrazioni locali, per individuare e mettere in moto tutte le azioni possibili per la realizzazione di questo grande progetto. A motivarci in modo ancora più forte è stata ed è la grave condizione di depressione economica dell’area e la grande prospettiva di sviluppo che questa preziosa risorsa può offrire alla popolazione locale.

In quell’occasione abbiamo incontrato il sindaco di Iglesias, il commissario del Parco Antonio Granara e un amministratore di Buggerru.

Il sindaco Emilio Agostino Gariazzo, nonostante gli impegni, ci ha dedicato parte del suo tempo, soffermandosi in particolar modo su alcune criticità, per esempio, una parte della cittadinanza vede il Parco, non come una risorsa ma come un ostacolo allo sviluppo edilizio, questo è da addebitarsi a un sistema politico che sul territorio spesso ha avanzato interessi meramente speculativi.

Il successivo incontro è avvenuto nella sede del Parco stesso con la presenza del commissario Antonio Granara e dei suoi collaboratori. Il commissario ha illustrato alla delegazione la storia delle miniere del Sulcis e guidato nella visita della sede del Parco, mostrando le esposizioni presenti e di conseguenza illuminando la delegazione sull’enorme potenzialità di questa parte del territorio sardo.

 L’ultima tappa è stata il Comune di Buggerru, dove aimè, per ragioni “sconosciute” sia il Sindaco che il suo Vice, hanno rifiutato l’incontro con la delegazione dei 5 deputati Cinque Stelle di cui facevo parte. Nonostante avere mobilitato e portato sul territorio parte della Commissione Ambiente, per ascoltare le richieste della comunità, l’amministrazione ci ha negato un semplice incontro e respinto di conseguenza la possibilità di vedere rappresentate in Parlamento le richieste ed esigenze specifiche dei suoi cittadini. Un atteggiamento, questo dell’amministrazione, riconducibile tanto a un forte pregiudizio politico quanto a interessi di cortile e di schieramento partitico, che purtroppo vanno a danneggiare un territorio già colpito in modo tragico dalla crisi economica.

Stesso atteggiamento da parte dell’IGEA, che ha negato alla delegazione del Movimento la visita alla Galleria Henry e a Porto Flavia, quasi a volere occultare lo stato di forte deterioramento dei siti. Questa subcultura è parte determinante nel mancato decollo dell’ente Parco, ed è fortissimo il rischio di perdere definitivamente il riconoscimento dell’UNESCO. Se ciò accadesse, sarà una sconfitta e un’altra delle tante “occasioni mancate” per il popolo sardo e avrà un solo colpevole: la classe politica regionale, la cui volontà è mantenere uno stato di sola sussistenza per continuare ad alimentare un sistema clientelare che si traduce in una manciata di poche ore di lavoro precario e tanti voti di persone in buonafede. La riforma del Parco è possibile e si può ancora realizzare effettuando REALMENTE le bonifiche, migliorando le infrastrutture per sviluppare il turismo e creare di conseguenze occupazione ai tanti giovani qualificati e capaci costretti alla fuga da queste terre. Queste opere, se bene pianificate, porterebbero a una crescita del Sulcis e di conseguenze di tutta la nostra Isola.

Il prossimo passo sarà portare avanti una serie di riforme atte a ridurre il numero dei ministeri coinvolti nella gestione del Parco e indicare quali e quanti enti locali potranno farvi parte. La nostra battaglia per lo sviluppo di una delle terre più “povere” e abbandonate di Italia non finisce qui, rimanete collegati.

Andrea Vallascas

P.S.

Ringrazio per le fotografie Antonio Massoni che da Novembre 2011  lavora e segue, assieme a me, le varie vicissitudini del Parco Geominerario.

 

Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in vista della riunione del Consiglio europeo del 22 maggio 2013.

Signor Presidente, Signor Presidente del Consiglio, signori Ministri, signori deputati, ogni giorno si racconta agli italiani, come una snervante cantilena, che la crisi che affligge il nostro Paese dipende in larga parte dai costi dell’energia e dall’atavica inefficienza strutturale legata a essa. Spero che il Governo, con la maggioranza che lo sostiene, si voglia dotare di una vera strategia energetica nazionale e che questa non abbia un orizzonte limitato al solo breve termine.
I recenti dati forniti dalla EPIA – European Photovoltaic Industry Association – illustrano come il fotovoltaico, all’interno del mercato elettrico dell’Unione europea, per il secondo anno consecutivo sia la prima fonte, in termini di nuova potenza elettrica installata nel 2012. Non solo, ma ci dicono, inoltre, che le centrali a gas, dopo aver raggiunto il loro picco di installazione nel 2010, hanno dovuto registrare un netto calo riguardo alla nuova potenza installata negli anni successivi. Un dato che deve essere ulteriormente ridimensionato, considerando le rilevanti dismissioni registrate nel 2012.
Considerando che, nel periodo che va dal 2000 al 2012, sono stati implementati 166 gigawatt di nuova potenza, tra eolico e fotovoltaico, contro i 121 gigawatt delle nuove centrali a gas e considerando i saldi negativi delle centrali a carbone, olio combustibile e nucleare, possiamo affermare che se questa non è storica rivoluzione, stiamo quantomeno assistendo a una vera e propria transizione energetica in atto in Europa.
È, secondo noi, doveroso che il nostro Paese si doti di nuove politiche, che non siano le solite e stantie argomentazioni che portano alla politica delle trivellazioni alla ricerca del gas di scisti, in quanto, nonostante il grande sviluppo delle energie rinnovabili elettriche, nel breve e medio periodo l’intera Europa, e quindi a maggior ragione l’Italia, rimarrà importatrice netta di energia primaria; a questo va aggiunto che la spesa media per il gas e l’energia elettrica sta costantemente aumentando. Questo aumento è in parte determinato dall’incremento della domanda mondiale di risorse fossili, in parte dall’obsolescenza delle reti infrastrutturali e in parte dagli incentivi per l’energia verde. Per ovviare a queste distorsioni, secondo il report della Commissione europea sull’energia, la strategia che l’Europa dovrà sostenere per l’energia sostenibile competitiva e sicura dipende essenzialmente dall’adozione di un deciso approccio fondato sull’efficienza energetica, la creazione di mercati competitivi basati su infrastrutture intelligenti, la diversificazione dei combustibili e delle rotte di approvvigionamento, lo sfruttamento di fonti energetiche convenzionali, non convenzionali e l’innovazione.
Siamo in parte d’accordo con questa visione, a patto che vada verso una democratizzazione della produzione e della distribuzione, ovvero una parcellizzazione di piccoli e medi impianti i cui proprietari siano le comunità locali e non le grandi multi utility internazionali. Ma tutto questo a nulla servirebbe senza un piano articolato di risparmio ed efficienza energetica. Il risparmio e l’efficienza energetica riducono la domanda di energia, le importazioni estere e soprattutto lo spreco e l’inquinamento. Offrono, inoltre, una soluzione a medio e lungo termine al problema della stagionale carenza di combustibili fossili e dei prezzi crescenti dell’energia. Nonostante il ruolo fondamentale che il risparmio e l’efficienza energetica svolgono in termini di riduzione della domanda e di dipendenza dall’estero, signor Presidente e signori membri del Governo, l’Italia purtroppo è lontana da una strategia che vada oltre le detrazioni per le ristrutturazioni degli edifici, detrazioni che non sappiamo neanche se verranno confermate per gli anni a venire.
Occorrono inoltre investimenti per l’implementazione delle reti intelligenti europee per la trasmissione e la distribuzione dell’energia elettrica. Queste reti devono rientrare nell’ottica di una strategia comune europea ed essere nazionalizzate, per non lasciarle in balia del controllo di privati che puntano più sul business che sulle reali esigenze dei cittadini. L’Italia deve investire tramite fondi pubblici e/o privati in ricerca di base e applicata, nei sistemi di accumulo, sia di tipo elettrochimico sia di tipo a energia potenziale, tipico dei bacini idrici. Grazie infatti ai sistemi di stoccaggio sempre più efficienti, sarà possibile immagazzinare energia prodotta quando è più conveniente o quando viene in abbondanza da fonti rinnovabili, per usarla quando serve. E qui mi fermo. Questa è la nostra visione, queste le nostre proposte. Ora sta a voi, onorevoli membri del Governo, dimostrare di aver la lungimiranza, l’immaginazione e il coraggio necessari per pensare non ai vostri elettori di oggi, ma alle generazioni che verranno dopo di noi.

La Costituzione calpestata: epilogo dell’ennesima truffa targata larghe intese

Ci accingiamo, in questi giorni, a difendere come MoVimento 5 Stelle, la Costituzione Italiana da un vero e proprio colpo di Stato, attuato dall’attuale maggioranza.

“L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna, ma non ha scolari”, sosteneva Gramsci. L’uomo purtroppo ha la memoria corta e la storia sembra ripetersi, nel passato le Costituzioni flessibili, quali lo Statuto Albertino e la Costituzione tedesca, persero di significato sotto i colpi dei regimi totalitari, adesso tocca alla nostra Costituzione.

Per evitare il ripetersi di colpi di mano autoritari, nel 1948 fu approvata l’attuale legge fondamentale dello Stato, che fu pensata, elaborata e scritta proprio da coloro che vissero il famoso ventennio.

Per scongiurare il triste epilogo toccato allo Statuto Albertino, i padri costituenti la previdero di tipo rigido (art. 138 Costituzione).

Il golpe silenzioso, in atto già da qualche anno, sta marciando in modo strisciante e subdolo rendendo di fatto flessibile, la nostra legge fondamentale. In virtù, infatti, del disegno di legge costituzionale n. 1359 s’istituisce, in deroga al già citato articolo 138, un comitato per le riforme costituzionali. La storia è strana, si ripete ho scritto, nel 1923 la legge elettorale “Acerbo” consegnava, di fatto, il potere nelle mani del PNF, nel 2005 la legge “Calderoli” permette a PD e PdL di governare e stravolgere a proprio piacimento la Costituzione Italiana.

Una Costituzione nata per essere modificata da un Parlamento eletto con il sistema proporzionale, non può essere snaturata da chi si ritrova, per via del “Porcellum”, al Governo. Non si può modificare in modo unilaterale la legge fondamentale dello Stato, ogni mutamento deve essere condiviso con tutti i cittadini. Complice di quest’azione profondamente anti-democratica è il mondo dell’informazione.

La storia si ripete, nel ventennio tutta la stampa era sottoposta a controllo, ed eventualmente censurata se esprimeva contenuti anti-nazionalistici o di critica verso il Governo. Ai giorni nostri i media sono sottoposti al controllo di lobbies che fiancheggiano il potere politico, con il risultato che essi sono un veicolo propagandistico e non uno specchio fedele della realtà.

Già da qualche anno si sente e si legge proprio dai media “al soldo” del Sistema, come sia necessario per la stabilità politica e per il bene dell’Italia, modificare la forma repubblicana da parlamentare a presidenziale o semi presidenziale. Tutti sappiamo che non è questa la soluzione, questa è solo la classica strategia del “fumo negli occhi”.

La Costituzione sta subendo un grave attacco, ma non vi è adeguata attenzione dei media che anzi insistono, col distrarre l’attenzione degli italiani prima con la, seppur grave, crisi siriana e poi a seguire con “l’inevitabile” aumento dei costi dei carburanti o della personale e vergognosa vicenda giudiziaria di Berlusconi.

Il MoVimento 5 Stelle si oppone alla violazione della modalità stabilità dall’art. 138, nel contempo s’impegna a informare tutti gli italiani del grave complotto perpetrato ai loro danni da una maggioranza politica che ha smarrito ogni coscienza e pudore civile. La nostra opera di contrasto va dal Parlamento, con l’azione di numerosi emendamenti ai banchetti presenti in numerose piazze italiane.

Non abbiamo risparmiato in questa battaglia per la libertà l’uso di azioni eclatanti come l’occupazione da parte di 12 cittadini a Cinque stelle del tetto di Montecitorio, nel tentativo di riportare all’attenzione dei “dormienti” e di tutta l’opinione pubblica, un fatto che non ha precedenti nella storia repubblicana.

Lo stesso Ferdinando Imposimato, tutto fuorché un pentastellato, ha definito l’ennesimo colpo di mano delle larghe intese, in questo modo: “Quella che si vuole fare da parte del Governo Letta, d’accordo con il condannato ex premier, è una riforma incostituzionale perché tende a cancellare dopo appena 65 anni la nostra Costituzione, a partire dall’art. 138 che si vuole cambiare violando la Costituzione, per stravolgere subito tutto il resto. Eppure l’art 138 è uno dei pilastri della Carta, che non può mai essere derogato, ma solo modificato non come vogliono le larghe intese, ma secondo la procedura dello stesso art 138”.

Andrea Vallascas

Banchetto informativo a Cagliari

Banchetto informativo a Cagliari

 

Banchetto informativo a Sinnai

Banchetto informativo a Sinnai

 

 

Discorso sul complesso degli emendamenti – D.L. “del Fare”

Grazie Presidente, colleghi,

Inizierò dicendo subito che questo provvedimento battezzato fantasiosamente “Del fare” rispecchia in tutto e per tutto il modo di “Fare”, appunto, di questo Governo, e cioè del tutto insufficiente, inconcludente e chiuso alla reale necessità di decidere in quale direzione veramente vuole andare questo Paese, attraverso la tecnica del “rimandare”.

Il limite strutturale della formulazione di questo Decreto è una paradossale visione che si restringe al breve periodo, privo di un respiro ampio che si rivolga a una prospettiva di lungo periodo. Il Governo Letta, nato precario, in conformità ai tempi, è un bizzarro “tempo determinato”, incapace di percorrere l’unica via possibile per il rilancio della nostra economia, e cioè una riforma strutturale che orienti lo sviluppo e la crescita del Paese, attraverso una seria e pianificata opera di reale ammodernamento e semplificazione dell’apparato burocratico.

A oggi la produzione di Decreti legge depotenzia l’attività parlamentare, la rende mera e sterile testimonianza di una democrazia che arranca sotto i colpi dei “poteri forti” e del prevalere di interessi e logiche personali. Quali le soluzioni, fornite a fronte della drammatica condizione del Paese? Come rilanciare le attività produttive?. Il Ministro Fabrizio Saccomanni in un’intervista a Bloomberg Tv a margine dei lavori del G20 di Mosca, ci fornisce la soluzione.. vendere .. o forse svendere .. cosa?.. Lo afferma lui stesso: vendere  quote di società che creano un profitto e danno dividendi al Tesoro. Liquidiamo, dunque, pezzi che portano alle casse dello Stato risorse, che gli danno respiro. Per cosa ?? ……… Bene.. per ridurre il debito pubblico, non mettiamo mano agli sprechi… no.. però eccola la politica delle pezze.. del fare.. fare favori?.. Perdonate la dietrologia.. a chi?..

Quote di Eni, Enel, Finmeccanica, rischiano attraverso questo scellerato proposito di finire nelle mani della speculazione internazionale; l’ossatura energetica e industriale del nostro Paese in svendita, alla mercé del migliore offerente, rischia di asservirci, renderci dipendenti di multinazionali prive di scrupoli.

Non si traccia la direzione precisa per uno sviluppo organico del tessuto produttivo del Paese, ma solo una pioggia di interventi di sostegno a vantaggio, non si sa ancora bene di chi, con finanziamenti volti a incentivare la genericità degli investimenti attraverso il vetusto fondo di garanzia stabilito dall’articolo 100 della legge 662 del 1996, senza chiarire i termini dell’intervento che si demandano a successivo decreto ministeriale. In un momento in cui il tessuto della micro, piccola e media impresa, è asfittico, e il complesso della forza lavoro attende di essere reimpiegata, la difficoltà di accesso al credito, diventa un’urgenza, ancora una volta la risposta fornita è largamente insufficiente.

Con il paravento del sostegno si continuano a fornire provviste speciali alle Banche attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, i risparmi dei cittadini, quelle stesse banche che poi i soldi li prestano a loro totale discrezione decidendo “a chi e quanto” attraverso un plafond peraltro assolutamente insufficiente di 2,5 miliardi, solo eventualmente elevabili a cinque per le imprese che intendano rinnovare i loro macchinari, in un momento in cui le stesse imprese mandano a casa per mancanza di lavoro coloro che quegli stessi macchinari dovrebbero utilizzarli, perché schiacciate da un carico fiscale sul lavoro insostenibile su cui il Decreto del non fare tace.

Si spostano denari come nel Monòpoli spacciandoli per nuovi, utilizzando le disponibilità del Fondo per la Crescita Sostenibile che dovrebbero servire a ben altro, per finanziare i contratti di sviluppo ma solo nelle regioni fuori dall’Obiettivo Convergenza.

Si finge di finanziare la ricerca industriale disponendo l’erogazione di capitali a fondo perduto per contribuire al 50% su progetti innovativi non altrimenti specificati prevalentemente per aziende il cui capitale di maggioranza è posseduto da giovani al dì sotto dei trentacinque anni !!. Insomma mosche bianche. Il tutto senza ulteriori oneri per lo Stato con l’utilizzo del già esistente Fondo per le Agevolazioni della Ricerca (FAR) già di per sé largamente insufficiente.

Nulla, poi, è previsto per impedire che gli aiuti elargiti vadano a favorire aziende che delocalizzano la loro produzione, come invece da noi richiesto negli emendamenti presentati. Questa visione a breve gittata è ancora più palese, nelle norme in materia di concorrenza nel mercato del gas naturale e dei carburanti.

In questo Decreto vengono esclusi dalla tutela i clienti vulnerabili: per ospedali, carceri, scuole, vigono le regole del libero mercato, che solo, e rimarco solo al momento, risulta essere meno oneroso del mercato tutelato.

ma sorgono dei dubbi, se assumiamo come attendibile quanto precedentemente affermato, perché per i clienti domestici è prevista la tutela? E in caso di un forte e immediato aumento dei costi, verosimilmente nel periodo invernale, che ripercussioni si avrebbero sui bilanci dei clienti vulnerabili e quindi sulle tasse dei cittadini?

Non dimentichiamo, poi, quanto enunciato dal comma 7 art. 4 del presente Decreto, a proposito di distributori di carburanti liquidi; in questo caso si fa un passo avanti e due indietro in materia di consumo dei combustili, regola la diffusione dell’uso del metano e dell’energia elettrica per autotrazione, favorendo però, di fatto, solo il gas naturale che naturalmente anzi ovviamente non è presente in tutte le regioni d’Italia.

Le auto elettriche quando le vedremo? Deve essere prevista la ricerca in tal senso, devono essere favorite le rinnovabili, quelle vere e non le assimilate, che con le prime, non si capisce perché, vengono finanziate attraverso la bolletta con la componente A3, gli inceneritori non rinnovano l’aria, la inquinano.

Ci sarebbe ancora tanto da dire come per le zone a burocrazia zero o la patata bollente dell’Agenda digitale su cui si continuano a definire “cabine di regia”, “organismi consultivi”, “Commissari per l’attuazione”, “Agenzie per l’Italia digitale” al solo scopo di distribuire poltrone utili solo a incrementare l’elefantiaco e clientelare apparato burocratico dello Stato, continuando a escludere dalla previsione di bilancio, per esempio, in fondi necessari, per l’ammodernamento della rete Telematica del paese ormai in totale disfacimento.

Questo del Fare, dunque, è un altro frutto acerbo, partorito da un Governo Miope, completamente assorbito da un’opera di auto-salvataggio quotidiano, da una maggioranza politica che ogni giorno, si presenta più fragile, alla mercé dei capricci dell’imperatore e di entità lobbistiche, che ne orientano e condizionano la politica.

Il Paese implode in una morsa di decrescita, che richiede misure coraggiose che un Governo debole, deprivato, impegnato nell’unico sforzo di garantire la propria sopravvivenza, non potrà mai attuare..  e questo Decreto del fare.. non è altro che l’ennesimo atto flebile, propagandistico, di una classe politica al tramonto che non accetta di cedere il passo al cambiamento.

Questo, colleghi, è un Paese che non ha bisogno di pezze, è il decreto del fare, con questo nome che trasuda di retorica, così roboante, si presenta nella sostanza come la solita pezza all’italiana, fatta di interventi poco incisivi sul piano finanziario e strutturale, volti ad arginare una falla con un dito..  Le falle colleghi a breve diventeranno l’irruenza di una piena priva di controllo, è il momento di fornire al Paese risposte, perché la politica quando è dettata da un serio indirizzo e progetto è fare.. non finzione e mistificazione sulla pelle e sulle spalle dei cittadini italiani.

il video del mio intervento è su M5SParlamento

Andrea Vallascas

MoVimento 5 Stelle

 

Come svuotare il mare con un cucchiaino.

di Andrea Vallascas
Da qualche tempo molti degli attivisti o simpatizzanti del M5S mi chiedono di essere informati sul lavoro che noi portavoce svolgiamo alla camera e al Senato. Come molti di voi sapranno, la censura applicata verso tutto ciò che di positivo ci riguarda, da parte degli organi di informazione rende molto difficile comunicare la bontà del nostro lavoro e lo sforzo che quotidianamente dobbiamo sopportare per superare le barriere che a tutt’oggi ci vengono poste a guardia della conservazione del potere dei vecchi partiti.

L’ultima di una lunga serie di collisioni contro il famoso “muro di gomma” è rappresentata dagli emendamenti da me proposti a favore di un riequilibrio della condizione di sfavore che la Sardegna vive a causa dell’alto prezzo dell’energia sopportato da famiglie e imprese.

In occasione della discussione in commissione attività produttive della conversione in legge del cosiddetto decreto del fare (decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69, recante disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia), all’articolo 4 si è dovuto affrontare il nodo delle “norme in materia di concorrenza nel mercato del gas naturale e nei carburanti” con particolare riferimento alla riorganizzazione della rete distributiva in favore della risorsa del gas naturale a scapito dei carburanti liquidi su cui è maggiormente incentrata l’attuale Strategia Energetica nazionale propugnata dall’attuale governo.

Come è noto (e come si può notare dalla tabella sottostante) la Sardegna per via dell’assenza di rete distributiva proprio del Metano paga costi energetici molto alti che si ripercuotono sullo sviluppo e sull’occupazione.

 

Come è ovvio e come sempre abbiamo detto, non può essere certo la metanizzazione dell’isola con i conseguenti danni ambientali che ne deriverebbero a risolvere il problema energetico Sardo basti infatti ricordare che i giacimenti presenti in Algeria che avrebbero fornito metano alla Sonatrach, la società che avrebbe dovuto mettere in piedi il GALSI, avrebbero garantito metano solo per un’altra ventina d’anni, cioè quasi nulla in un ottica di investimento, che è quindi non conveniente nemmeno dal punto di vista economico; un progetto peraltro pensato, manco a dirlo, come una servitù di passaggio (un’altra !!) da realizzarsi con 150 milioni di euro della regione (cioè nostri) per la “realizzazione di un gasdotto destinato all’importazione di gas naturale dall’Algeria all’Italia senza alcuna possibilità di distribuzione interna regionale, data l’assenza di una rete di distribuzione che non verrebbe mai costruita per mancanza di redditività dell’investimento. Ciò che è invece necessario è l’attuazione di politiche energetiche di risparmio e di produzione da fonti rinnovabili ed ecocompatibili, su cui l’Italia (manco a dirlo) e la Sardegna su tutti è colpevolmente in ritardo sia nella produzione che nella ricerca.

Riprendendo il discorso dell’articolo suddetto prevede che la riorganizzazione della rete distributiva venga fatta utilizzando i denari del fondo per la razionalizzazione della rete di distribuzione dei carburanti di cui all’articolo 6 del decreto legislativo 11 febbraio 1998, n. 32. Soldi che vengono versati anche dai gestori degli impianti sardi.

Qui di seguito potete leggere il testo degli emendamenti presentati che sono stati ritenuti dalla commissione “inammissibili” in quanto di carattere “regionale”. Se non ci fosse da piangere credo che potrebbe essere definita una situazione ridicola. Una dimostrazione che della Sardegna in queste stanze Romane non gliene fotte assolutamente nulla a nessuno. Lo dico affinché ne prendiate coscienza.

Nell’attesa di soluzioni sarebbe opportuno pensare a dei correttivi fiscali di bilanciamento e gli emendamenti seguenti erano tesi a ristabilire un minimo di equità e di risarcimento per le diseconomie che rendono ormai la nostra regione più simile a una “legione straniera” che a un territorio dell’Unione Europea.

Tutto questo nel silenzio assordante dei rappresentanti sardi dei partiti Romani.

Leggete le proposte e giudicate voi.

Art. 4 Comma 8 (ex novo)

In considerazione della totale assenza di reti di distribuzione di gas naturale nel territorio della Regione Autonoma della Sardegna, si dispone l’esenzione dai contributi previsti dal fondo per la razionalizzazione della rete di distribuzione dei carburanti di cui all’articolo 6 del decreto legislativo 11 febbraio 1998, n. 32, a carico di titolari  di  concessione  o  autorizzazione  e  dei gestori operanti nella suddetta Regione, ferma restando la disponibilità di tali fondi per la razionalizzazione della rete di distribuzione della stessa regione secondo quanto disposto dal comma 7 del presente articolo per tutto il territorio nazionale.

 

Art. 4 Comma 9 (ex novo)

In considerazione della totale assenza di reti di distribuzione di gas naturale nel territorio della Regione Autonoma della Sardegna, si dispone l’esenzione totale delle accise per le quantità di gas GPL consumate sul territorio regionale sia per autotrazione che in bombola. Si dispone altresì che, al fine di sconfiggere la perdurante pratica collusiva nella definizione delle strategie commerciali degli operatori, che ha determinato a tutt’oggi un prezzo del gas in bombola doppio rispetto a quello correntemente praticato sui mercati nazionali, il prezzo del gas GPL,  prodotto e commercializzato nella suddetta Regione, venga stabilito dall’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas in funzione del prezzo medio depurato dalle accise rilevato sul territorio nazionale.

Art. 4 Comma 10 (ex novo)

In considerazione della totale assenza di reti di distribuzione di gas naturale nel territorio della Regione Autonoma della Sardegna, si dispone la totale esenzione della componente A3 dalle tariffe applicate sulle utenze elettriche domestiche e non domestiche di tutto il territorio della suddetta Regione.

Art. 4 Comma 11 (ex novo)

A copertura delle mancate entrate erariali previste di cui ai commi 9 e 10 del presente articolo si istituisce un fondo separato di compensazione presso il fondo per la razionalizzazione della rete di distribuzione dei carburanti di cui all’articolo 6 del decreto legislativo 11 febbraio 1998, alimentato dall’aumento di 0,25  centesimi di Euro per metro cubo dell’accisa sul consumo di gas metano consumato su tutto il territorio nazionale, introito stimato in circa 200 milioni di euro di cui 100 riservati a compensazione delle mancate entrate spettanti alla Regione Autonoma della Sardegna dalla riscossione delle accise sul Gas GPL così come disposto dalla vigente normativa fiscale.

Emendamenti TUTTI dichiarati inammissibili che mi riservo di ripresentare in aula.

Un saluto
Andrea Vallascas

Il denaro esiste anche se non lo stampi. Basta scriverlo su un conto corrente e farlo girare

di Nicola Di Cesare

Vorrei per una volta tralasciare le mie convinzioni in materia di politica monetaria, come si sa diametralmente opposte alla linea eurocentrica e provare a portare la discussione sul piano delle sue soluzioni  attuabili a legislazione vigente.

Come si sa (e lo sanno anche i mercati dopo averci studiato attentamente) l’Italia è uno dei paesi più ricchi del mondo (undicesimi) in termini di patrimonio netto dei cittadini; non sappiamo ancora per quanto tempo ma è così ! “Ma come”, direte voi, “perché allora 10 milioni di Italiani vivono al di sotto della soglia di sussistenza ?” Molto semplice. Il motivo sta nella distribuzione diseguale delle ricchezze; il 10% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza. Secondo alcuni studi effettuati da BNL/Paribas, malgrado il trend discendente della propensione al risparmio, al termine del 2011, la ricchezza delle famiglie Italiane al netto delle passività ammontava a 8500 miliardi di Euro, pari a 5,4 volte il PIL e 2,38 volte il reddito disponibile, L’Italia ha il più alto rapporto ricchezza/debito disponibile dell’area Euro (1,92 volte).

Considerato che i tre quinti dei risparmi sono legati al mattone, la liquidità finanziaria si riduce a 3400 miliardi;  di questa liquidità, al momento (2013), considerato il forte trend di rientro del debito in mani nazionali, l’80% dovrebbe essere costituito da titoli del debito pubblico domestico, circa 1600 miliardi di Euro; quasi la metà dell’intero portafoglio finanziario.

Se ci facciamo i conti in tasca quindi non si capisce come sia possibile che da più parti si continui a blaterare con disinvoltura di “un imminente ricorso dell’Italia al fondo cosiddetto salvastati”. Per onore di cronaca è bene precisare che tale pratica non sarebbe priva di conseguenze sia sul piano finanziario (restituzione a caro prezzo del debito) che politico (perdita di credibilità del sistema economico).

Si evince dunque che quella attuale non è una crisi di liquidità vera e propria ma una crisi dovuta alle storture del sistema del credito e alla scarsa fiducia degli investitori. E’ possibile incentivare lo sviluppo  e l’occupazione senza che questo debba pesare sul bilancio dello stato, con ulteriori aggravamenti delle politiche fiscali ?

Una piccola idea sarebbe la seguente. Laddove il credito “basileiano” non funziona più potrebbero ad esempio arrivare nuove forme di finanziamento alle imprese (o se vogliamo di creazione di moneta), garantite dal ruolo pubblico attraverso l’istituzione di fondi a tassi agevolati costituti dalla copertura dei titoli di stato già in portafoglio agli investitori. Ciò si potrebbe realizzare attraverso un’istituto che possa accendere depositi figurativi a scadenza a tasso agevolato con la copertura del fondo titoli in deposito volontario temporalmente vincolato. Basterebbe impegnare in un fondo volontario titoli per 250 miliardi da utilizzare in conto credito alle PMI e rimettere in moto la macchina produttiva del paese. I prestatori dei titoli otterrebbero il vantaggio di spuntare un ulteriore tasso di rendimento dal fondo senza la liquidazione del loro investimento, il quale continuerebbe a percepire la rendita dovuta. Lo stato dovrebbe accollarsi unicamente il ruolo di garanzia delle sofferenze sugli impieghi che oggi sono intorno al 7%. Questa percentuale potrebbe ragionevolmente essere ridotta al 2% (circa 5 miliardi) se si adottassero severi protocolli per la valutazione del merito di credito finalizzati alla valutazione delle prospettive di bilancio delle attività produttive finanziate. Denaro scritturale dunque, in assenza di euro, a valere su conti dell’istituto di garanzia del tutto simili a conti bancari. Soldi Italiani, dei risparmiatori Italiani (ma non solo!), per le imprese Italiane che, oltre a risolvere il problema di liquidità generato dalla rigidità del credito ortodosso, genererebbero interessi attivi per i risparmiatori Italiani (e per gli stessi istituti di credito) e non unicamente per il sistema del credito che tutti conosciamo o per i proprietari tedeschi della BCE che hanno fatto grandi affari in questi anni dalla fuga dei capitali europei verso il loro paese. Un altro bel vantaggio per le casse pubbliche deriverebbe dalla stabilizzazione del monte titoli dello stock di debito derivante dal vincolo operato sui depositi volontari.

Calendario dei lavori parlamentari per il mese di luglio 2013

Calendario dei lavori parlamentari per il mese di luglio 2013

A seguito della riunione della Conferenza dei presidenti di gruppo, è stato predisposto, ai sensi dell’articolo 24, comma 3, del Regolamento, il seguente calendario dei lavori per il mese di luglio 2013:

Lunedì 1° luglio (p.m., con eventuale prosecuzione notturna)
Discussione generale della mozione Zaccagnini ed altri n. 1-00019 organismi geneticamente modificati

Martedì 2 (ore 14, con eventuale prosecuzione notturna), mercoledì 3 (a.m. e p.m., con eventuale prosecuzione notturna), giovedì 4 luglio (a.m., con eventuale prosecuzione pomeridiana e nella mattina di venerdì 5 luglio) (con votazioni)
Votazione per l’elezione di un Vicepresidente e di un Segretario di Presidenza

Seguito dell’esame:
• pdl messa alla prova (331 e abb.)

• mozione Zaccagnini ed altri n. 1-00019 organismi geneticamente modificati

Nel corso della settimana avrà luogo l’esame e la votazione delle questioni pregiudiziali riferite al decreto-legge in materia di crescita (A.C. 1248), già preannunciate in sede di Conferenza dei presidenti di gruppo.

Lunedì 8 luglio (a.m./p.m., con eventuale prosecuzione notturna)
Discussione generale:
• decreto-legge ILVA – settore siderurgico (da inviare al Senato – scadenza: 3 agosto 2013) (A.C. 1139).

• proposta di legge istitutiva della Commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti (A.C. 67 e abb.)

• mozione Giorgia Meloni ed altri n. 1-00071 concernente la conservazione del bilinguismo nella Provincia di Bolzano

Martedì 9 (p.m., con eventuale prosecuzione notturna), mercoledì 10 e giovedì 11 luglio (a.m. e p.m., con eventuale prosecuzione notturna e nella giornata di venerdì 12 luglio) (con votazioni)

Seguito dell’esame:
• decreto-legge ILVA – settore siderurgico (da inviare al Senato – scadenza: 3 agosto 2013) (A.C. 1139)

• proposta di legge istitutiva della Commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti (A.C. 67 e abb.)

• mozione Giorgia Meloni ed altri n. 1-00071 concernente la conservazione del bilinguismo nella Provincia di Bolzano

Nel corso della settimana potrà avere luogo il seguito dell’esame di argomenti previsti nella settimana precedente e non conclusi.

Lunedì 15 luglio (a.m./p.m., con eventuale prosecuzione notturna)
Discussione generale:
• decreto-legge in materia di crescita (da inviare al Senato – scadenza: 20 agosto 2013) (A.C. 1248)

• Pdl scambio elettorale politico-mafioso (ove concluso dalla Commissione) (A.C. 251 e abb.)

• mozione Cozzolino ed altri n. 1-00110 sospensione rata anno 2013 rimborsi elettorali

Martedì 16 (p.m., con eventuale prosecuzione notturna), mercoledì 17 e giovedì 18 luglio (a.m. e p.m., con eventuale prosecuzione notturna e nella giornata di venerdì 19 luglio) (con votazioni)
Seguito dell’esame:
• decreto-legge in materia di crescita (da inviare al Senato – scadenza: 20 agosto 2013) (A.C. 1248)

• pdl scambio elettorale politico-mafioso (ove concluso dalla Commissione) (A.C. 251 e abb.)

• mozione Cozzolino ed altri n. 1-00110 sospensione rata anno 2013 rimborsi elettorali

Nel corso della settimana potrà avere luogo il seguito dell’esame di argomenti previsti nella settimana precedente e non conclusi.

Lunedì 22 luglio (a.m./p.m., con eventuale prosecuzione notturna)
Discussione generale:
• decreto-legge pagamento dei debiti enti del Servizio sanitario nazionale (da inviare al Senato – scadenza: 24 agosto 2013) (A.C. 1260)

• decreto-legge ecobonus ristrutturazione edilizia (S. 783) (ove trasmesso dal Senato – scadenza: 4 agosto 2013)

• pdl omofobia (A.C. 245 e abb.) (ove concluso dalla Commissione)

• pdl in materia di disciplina degli orari di apertura degli esercizi commerciali (A.C. 750) (ove concluso dalla Commissione)

• Mozione Fiorio ed altri n. 1-00052 concernente iniziative volte a ridurre gli sprechi alimentari

Martedì 23 (p.m., con eventuale prosecuzione notturna), mercoledì 24 e giovedì 25 luglio (a.m. e p.m., con eventuale prosecuzione notturna e nella giornata di venerdì 26 luglio) (con votazioni)
Seguito dell’esame:
• decreto-legge pagamento dei debiti enti del Servizio sanitario nazionale (da inviare al Senato – scadenza: 24 agosto 2013) (A.C. 1260)

• decreto-legge ecobonus ristrutturazione edilizia (S. 783) (ove trasmesso dal Senato – scadenza: 4 agosto 2013)

• pdl omofobia (A.C. 245 e abb.) (ove concluso dalla Commissione)

• pdl in materia di disciplina degli orari di apertura degli esercizi commerciali (A.C. 750) (ove concluso dalla Commissione)

• mozione Fiorio ed altri n. 1-00052 concernente iniziative volte a ridurre gli sprechi alimentari

Nel corso della settimana potrà avere luogo il seguito dell’esame di argomenti previsti nella settimana precedente e non conclusi.

Venerdì 26 luglio (a.m./p.m., comunque al termine delle eventuali votazioni, con prosecuzione notturna) Discussione generale:
• pdl e ddl finanziamento pubblico dei partiti (A.C. 664 e A.C. 1154) (deliberata l’urgenza)

• pdl diffamazione (A.C. 925 e abb.) (ove concluso dalla Commissione)

Lunedì 29 luglio (a.m., fino all’inizio delle votazioni)
Discussione generale:
• ddl cost Istituzione del Comitato per le riforme costituzionali (S. 813) (ove trasmesso dal Senato e concluso dalla Commissione)

• ddl di ratifica del Protocollo d’intesa Italia-UNESCO (approvato dal Senato – ove concluso dalla Commissione) (A.C. 1247)

• mozione sulla libera circolazione dei lavoratori croati dopo l’ingresso della Croazia nell’Unione europea (in corso di presentazione)

• mozione Giordano ed altri n. 1-00119 concernente iniziative in ordine alla crisi di Irisbus e di BredaMenariniBus e in materia di trasporto pubblico locale

Lunedì 29 (p.m., con eventuale prosecuzione notturna), martedì 30 (a.m. e p.m., con eventuale prosecuzione notturna) e mercoledì 31 luglio (a.m. e p.m., con eventuale prosecuzione notturna) (con votazioni)
Seguito dell’esame:
• pdl e ddl finanziamento pubblico dei partiti (A.C. 664 e A.C. 1154) (deliberata l’urgenza)

• ddl cost Istituzione del Comitato per le riforme costituzionali (S. 813) (ove trasmesso dal Senato e concluso dalla Commissione)

• pdl diffamazione (A.C. 925 e abb.) (ove concluso dalla Commissione)

• ddl di ratifica del Protocollo d’intesa Italia-UNESCO (approvato dal Senato – ove concluso dalla Commissione) (A.C. 1247)

• mozione sulla libera circolazione dei lavoratori croati dopo l’ingresso della Croazia nell’Unione europea (in corso di presentazione)

• mozione Giordano ed altri n. 1-00119 concernente iniziative in ordine alla crisi di Irisbus e di BredaMenariniBus e in materia di trasporto pubblico locale

Potrà altresì avere luogo il seguito dell’esame di argomenti previsti nella settimana precedente e non conclusi.

Lo svolgimento di interrogazioni a risposta immediata (question-time) avrà luogo il mercoledì (dalle ore 15).
Nelle prime due settimane del mese di luglio lo svolgimento di interrogazioni e di interpellanze avrà luogo, in via sperimentale, il martedì alle ore 9 e lo svolgimento di interpellanze urgenti il venerdì alle ore 9.
Il Presidente si riserva di inserire nel calendario l’esame di ulteriori progetti di legge di ratifica licenziati dalle Commissioni e di documenti licenziati dalla Giunta per le autorizzazioni.
L’organizzazione dei tempi per la discussione degli argomenti iscritti nel calendario sarà pubblicata in calce al resoconto stenografico della seduta odierna.
Per quanto riguarda la discussione dei progetti di legge n. 925 ed abbinate e n. 245 e abbinata, l’organizzazione dei tempi sarà valutata sulla base del testo che verrà licenziato dalla Commissione di merito.
Il programma si intende conseguentemente aggiornato.

L’Italia senza paracadute

Il Summit Europeo del 27/28 giugno a Bruxelles è vitale per l’Italia. I limitati spazi di manovra fiscale, dovuti al “Fiscal Compact“, non consentono il rilancio dell’economia. Sarebbe già un successo se l’Italia ritardasse i tempi di rientro sotto il 3% del deficit, come concesso a Francia e Spagna. Invece si tratterà di palliativi sulla lotta alla disoccupazione limitati all’effetto annuncio per prendere tempo fino alle elezioni tedesche di settembre. È su altri punti dell’agenda europea che si deciderà il nostro destino.
Slovenia. II prossimo Paese a chiedere aiuto all’Europa dopo Cipro sarà la Slovenia perché le sue banche hanno sofferenze bancarie del 18% del PIL. Quanto valgono le sofferenze bancarie Italiane? Il 12% del PIL. Un alito di vento e qualche punto in più e ci troveremo col cappello in mano al cospetto dell’Europa. Il piano di privatizzazioni, austerità e nazionalizzazione delle banche con cui il premier sloveno Alenka Bratušek proverà a convincere Bruxelles sulla capacità della Slovenia di farcela da sola difficilmente andrà a buon fine, aprendo le porte ad una richiesta di sostegno europeo. È interesse dell’Italia che le decisioni sulla Slovenia non creino un altro precedente sulle politiche di salvataggio, come nel caso di Cipro. Più l’Italia concederà ingerenze nella gestione dei sostegni agli altri Paesi (vedi tassa sui depositi bancari sopra 100.000 euro a Cipro), più creerà precedenti pericolosi per quando dovrà chiedere aiuto. Chi del governo italiano sta seguendo il dossier Slovenia?
OMT. (Outright Monetary Transaction). La Corte Costituzionale tedesca deciderà il 12 giugno sulla costituzionalità del programma OMT di Draghi che consente alla BCE di acquistare debito pubblico periferico con scadenza entro tre anni sul mercato secondario. Ogni decisione europea che riguardi il bilancio federale tedesco pone in Germania un problema di costituzionalità. Dati i pareri contrastanti tra i giudici tedeschi, è probabile che la Corte si rivolga alla Corte di Giustizia Europea. Chi decide come saranno gli Stati Uniti d’Europa di domani? Perché non un referendum? È più giusto che sia la Costituzione tedesca a dettare i passi giusti e quelli sbagliati verso la convergenza europea? La Costituzione italiana o quella portoghese non contano nulla? Considerando che solo grazie all’annuncio OMT di agosto 2012 (e alla liquidità che il Giappone ha garantito col suo annuncio di stampare Yen ad aprile 2013) che gli spread restano bassi, un parere contrario sulla costituzionalità del programma OMT farebbe schizzare lo spread verso l’alto. L’approccio di Monti finalizzato a non chiedere aiuto all’Europa ha fatto l’interesse della Germania, non certo dell’Italia. Cosa aspetta il governo italiano a richiedere il sostegno europeo prima che sia troppo tardi? È fuor di dubbio che sia interesse dell’Italia, se deve rimanere nell’Euro, riprendersi sotto forma di aiuti europei parte dei 125 miliardi di euro di impegni presi con l’Europa all’interno del fondo salva stati (MES) come sta facendo la Spagna.
PMI. Ci sono 650 miliardi di euro di prestiti bancari dati alle PMI in Italia, il 20% con un alto rating e ottimo merito di credito. Da mesi Draghi prova a convincere la Germania di consentire alla BCE di comprare i prestiti delle PMI (buoni e meno buoni) liberando i bilanci delle banche e consentendo loro di sostenere le PMI con nuovi crediti. Una manna per la nostra economia. Troppo bello per essere vero, ed infatti è notizia di ieri che la BCE stia facendo marcia indietro su questo fronte per le ostilità della Germania. Bruxelles non aiuterà le PMI. Una notizia pessima per il nostro Paese che non è stata ripresa dalla stampa italiana.
Unione Bancaria: Bruxelles deve decidere sul meccanismo di liquidazione delle banche europee in caso di fallimento per prevenire il circolo vizioso debito pubblico – banche. Vigilanza e regolamentazione unica europea sono obiettivi che trovano il forte ostacolo delle lobby bancarie franco tedesche, le stesse che hanno peggiorato la crisi rinviando la gestione del problema Grecia per avere il tempo di scaricare parte delle loro esposizioni. Lo stesso Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha ammesso recentemente che il ritardo dell’intervento in Grecia è stato il principale errore nella gestione della crisi, con il conseguente contagio della periferia d’Europa. Sono le stesse lobby che hanno annacquato i requisiti di Basilea e di ritardato la ripresa provocando il “credit crunch“, la stretta del credito, pur dl non ricapitalizzarsi. Senza l’ancora di salvataggio dell’Unione Bancaria, l’Italia non sarà mai in grado di gestire il peggioramento della crisi restando nell’Euro. Che tempi ci sono? L’Unione Bancaria doveva essere operativa quest’anno. È stata rinviata all’anno prossimo su richiesta della Germania, ma ora Schäuble, ministro delle Finanze tedesco, sostiene che vanno riscritti i trattati europei per condividere il rischio bancario a livello europeo. Parliamo di anni. Se così fosse noi siamo finiti perché nessuno potrà salvare le nostre banche quando il peggio arriverà a breve.
Bad bank. La Spagna lo scorso anno si è assicurata il sostegno dell’Europa con 100 miliardi di euro (di cui 40 già utilizzati) per ricapitalizzare le sue banche sommerse da mutui immobiliari inesigibili. Cosa aspetta l’Italia a fare una simile richiesta all’Europa visto che contribuisce al fondo salva stati a cui la stessa Spagna attinge? Un’ulteriore svalutazione dei prezzi delle case del 10% in Italia farebbe evaporare un terzo del capitale delle banche italiane, a parità di coperture, lasciandoci in mutande. Non è impossibile, considerato che i prezzi delle case sono scesi in Italia del 10% dal 2008 a contro il 35% in Spagna. La correzione in arrivo sul mercato immobiliare italiano avrà effetti pesantissimi sui bilanci delle nostre banche piene di garanzie immobiliari iscritte in bilancio a valori surreali.
Nel suo tour europeo Letta ha incontrato la Merkel e Hollande dimenticando una visita all’unica istituzione che può salvaguardare il futuro dell’Italia: la BCE di Mario Draghi. È Draghi che tiene insieme la credibilità dell’Europa fornendo la maschera di ossigeno all’Italia che ha per il momento placato i mercati. Per quanto ancora? Siamo sicuri che la Merkel sposerà la causa dell’Europa periferica dopo le elezioni? E se un successo di Alternative for Deutschland non permettesse un governo pro Euro? L’ItaIia deve avere il coraggio di negoziare un sostegno europeo senza illudere i cittadini che la crescita risolva i problemi. Se l’Europa dirà di no o porrà condizioni inaccettabili per via del nostro debito pubblico andrà comunque bene perché la Germania rivelerà il suo bluff ai mercati.
L’Europa, e con lei l’Italia, hanno rinviato troppe decisioni cruciali in nome della crescita, e se non dovesse arrivare, come accade da 10 anni in Italia? È col pretesto della crescita che le banche europee hanno rinviato un’operazione di pulizia dei bilanci, ciò che invece hanno fatto gli USA con la TARP nel 2009 con $700 mld di sostegni con cui le banche hanno pulito i bilanci per restituirli al Tesoro in 18 mesi. Senza sistemare le banche, anche a costo di nazionalizzarle, non ci sarà sostegno all’economia e crescita.
Letta sta beneficiando di una finestra temporale molto favorevole sul fronte spread. È il risultato della politica di annunci di Draghi e della liquidità abbondante in giro per il mondo grazie alle banche centrali impegnate a stampare moneta (BoJ, FED, BoE). Ma la luna di miele non è eterna. Il giorno, non molto lontano, in cui i mercati torneranno a guardare all’Italia con preoccupazione dovremo spiegargli che in Italia invece che di emergenza economica si discetta di riforme costituzionali affidate ad una classe politica delegittimata e incapace di affrontare tale problema negli ultimi 20 anni, ma che grazie alle riforme costituzionali spera di tenere questo governo in vita il più a lungo possibile.
L’attuale finestra benevola dei mercati è ingannevole. I mercati e l’Europa ci stanno concedendo qualche mese di tempo per accelerare la cosiddetta “domestificazione” del nostro debito pubblico. A fine 2012 circa il 35% del nostro debito pubblico era in mano estera. L’anno prossimo quel numero sarà sceso ulteriormente al 10% – 15% e quasi tutto il debito sarà tornato in Italia, come succede in Giappone e come sta succedendo i Spagna, dove sono già scesi dal 45% di debito in mano estera nel 2011, al 29% nel 2012. La Germania ha un trend opposto, con il debito in mano estera aumentato dal 50% nel 2011 al 62% nel 2012. Le banche e le famiglie italiane stanno comprando BOT e BTP illusi dalla trappola della liquidità delle banche centrali. Con il debito in mano nostra sarà indolore per la Germania affrontare il tema della “ristrutturazione del nostro debito” nella speranza che il problema resti circoscritto ai nostri confini. Con le banche sommerse di debito pubblico a rischio di ristrutturazione è fondamentale per l’Italia avere un accordo sul paracadute europeo per attutire l’impatto drammatico che ne deriverà sulla nostra economia e sul futuro dei nostri figli.