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La rivoluzione si fa sulle “A” mentre le donne continuano a morire per mano dei loro aguzzini

La rivoluzione si fa sulle “A” mentre le donne continuano a morire per mano dei loro aguzzini

rivoluzione si fa sulle “A”

rivoluzione si fa sulle “A”

Non riesco a provare interesse per la battaglia boldriniana delle A e per le schiere dei sostenitori della pseudo rivoluzione femminista 2.0, che tutta ruota attorno a un nuovo vocabolario al femminile. Sarà che concentrare gli sforzi per modificare la parte terminale delle parole, mi pare una doccia rapida e free alla propria coscienza a fronte dei veri drammi che si consumano sulla pelle delle donne.

Le vere differenze tra i generi, i veri drammi e le discriminazioni più bieche, che investono oggi l’universo femminile, sono cosa ben più grave. Trovo dunque quanto mai stucchevole che molte donne, talvolta anche qualcuna che riveste importanti ruoli istituzionali, si accontenti di questa vittoria della forma. Quando vedo accalorarsi qualcuno perché viene chiamata sindaca piuttosto che sindaco o Presidente piuttosto che Presidentessa, sento quanta discrepanza c’è tra una politica a tutela delle donne e per le donne, rispetto a un post-femminismo di facciata che si abbandona con faciloneria alle A trascurando le vere priorità. Certo è più comodo cambiare una A, piuttosto che garantire un impianto normativo che tuteli le donne dai loro aguzzini, perché se è vero che quella contro il femminicidio e lo stalking è una battaglia culturale, è anche vero che la natura umana, non sempre benevola, spesso per essere limitata non ha bisogno solo di processi educativi ma anche di norme serie che reprimano e puniscano in modo esemplare chi si macchia di questi odiosi reati. Anche la norma interviene nei processi culturali.

Le politiche di questo governo sono state del tutto inefficaci sui numeri del femminicidio. Spesso mentre il dibattito si sofferma sul nome al femminile nella carta intestata, qualcuno è libero di uccidere o perseguitare. Sarebbe auspicabile dunque vedere battaglie diventare norme che garantiscano alle donne più diritti. Ci metto dentro anche parità di accesso al mondo del lavoro. I dati sulla disoccupazione femminile sono esaustivi. Il resto mi sembra una discussione un po’ da borghesi annoiati chiusi in cenacoli pseudo-intellettuali modernisti, che vogliono le A, mentre alle donne sono negati i più elementari diritti, vedi quello alla libertà e alla vita.

articolo pubblicato su Cagliaripad, all’interno della rubrica CagliariPed – Parlamento e dintorni, il giorno 7 gennaio 2017

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